ROBERTA VILLA
DA FNOMCEO: DOTTORE E’ VERO CHE?
Guardando i dati globali sull’impatto della pandemia nazione per nazione salta all’occhio il prezzo particolarmente alto pagato dall’Italia in termini di vite umane rispetto ad altri Paesi simili. All’autunno del terzo anno di pandemia arriviamo infatti con un carico di circa 180.000 decessi confermati da Covid-19, quasi 3.000 per milione di abitanti. Peggio di noi, tra i grandi Paesi dell’Europa Occidentale, fa solo la Grecia, che ha sofferto soprattutto l’ultima ondata estiva di Omicron, quando gran parte delle misure di contenimento erano ormai state sollevate.
Quella italiana è quindi effettivamente una mortalità molto elevata, che, tra i grandi Paesi ad alto reddito, è inferiore solo a quella degli Stati Uniti e del Regno Unito, contro una media dei Paesi ad alto reddito di 2.148 e dell’Unione europea di poco sopra i 2.500, sempre per milione di abitanti.
Dottore, come si calcola la media europea?
Alla media europea contribuiscono realtà molto diverse. Alcune sono riuscite a superare finora la pandemia con pochissime perdite: la Danimarca, per esempio, conta circa 1.200 vittime per milione di abitanti e la Germania ne è uscita con meno di 1.800. Viceversa, a peggiorare il dato medio, contribuiscono gli Stati membri dell’est, che dopo il Perù – il peggiore al mondo con più di 6.500 decessi per milione di abitanti – occupano i primi posti della classifica globale stilata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità: dalla Bulgaria (più di 5.400 decessi per milione di abitanti) all’Ungheria (4.850), dalla Croazia (oltre i 4.000) alla Repubblica ceca e alla Slovacchia (intorno ai 3.800). Segue a ruota la Repubblica di San Marino, dove sono morte di Covid-19 meno di 120 persone, che su una popolazione di circa 34.000 abitanti si traduce però in quasi 3.500 vittime per milione, il doppio del Principato di Monaco e molto più del Liechtenstein, che hanno un numero di abitanti di poco superiore [1,2].
Nel continente europeo, ma al di fuori dell’Unione, hanno registrato pochissime vittime l’Islanda (575) e la Norvegia (poco più di 750 per milione di abitanti), mentre la Svezia, paragonabile per molti aspetti agli altri Paesi scandinavi, sfiora i 2.000, il doppio della confinante Finlandia. Meglio di noi e della media europea fa anche la Svizzera, con 1.600 decessi per milione di abitanti.
Ovviamente queste classifiche sottostimano realtà, come quelle di molti Paesi a medio, basso e bassissimo reddito, in cui la sorveglianza e mappatura dei casi, prima ancora della raccolta e della trasmissione dei dati, non possono essere considerati affidabili, oppure quelli in cui il regime politico al governo non garantisce trasparenza nella loro comunicazione a livello internazionale. Mancano per esempio i dati della Cina, dove tutto ha avuto inizio.
Dottore, ma non sarà che li contiamo male?
Possibili anomalie di queste classifiche possono dipendere anche dalle modalità con cui si contano i decessi, che talvolta si basano su criteri leggermente differenti e valutano in maniera diversa i casi in cui la malattia è stata la causa evidente del decesso e quelli in cui ha solo contribuito all’esito infausto.
In Italia si adottano i criteri stabiliti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dai Centri Europei per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (ECDC), secondo i quali occorre riconoscere l’infezione come causa o concausa della morte. In particolare:
- il decesso deve essere avvenuto in un paziente risultato in precedenza positivo al test molecolare per Covid-19;
- il quadro clinico e gli esiti degli esami strumentali devono essere compatibili con la malattia;
- non ci deve essere un’altra chiara causa di morte diversa da Covid-19;
- non ci deve essere stata una guarigione completa tra la malattia da Covid-19 e il decesso.
È evidente quindi che il soggetto giovane vittima di un incidente stradale, sottoposto a tampone all’arrivo in pronto soccorso e poi deceduto in seguito ai traumi riportati, non potrà in alcun modo rientrare in questa definizione.
Più controversi possono essere i casi in cui Covid-19 agisce da concausa, per esempio in un paziente oncologico immunodepresso o in un anziano fragile malato di cuore, con un’aspettativa di vita di base inferiore alla norma, ma che senza il colpo di grazia dell’infezione sarebbero potuti sopravvivere altri mesi o anni.
Per capire quanto i morti registrati in Italia siano deceduti “con” o “per” Covid-19, l’Istituto Superiore di Sanità ha effettuato sia per il 2020 sia per il 2021 l’analisi approfondita di un campione significativo di cartelle cliniche. Per entrambi gli anni di pandemia i ricercatori dell’Istituto hanno confermato che il 90% circa dei casi registrati come decessi da Covid-19 sono da considerare effettivamente causati dall’infezione. Sulle 6.530 schede di morte relative al 2021, in particolare, Covid-19 è stata l’unica causa responsabile del decesso nel 23% dei casi, mentre nel 29% era presente una concausa. In quasi la metà (48%), la morte è stata provocata dall’associazione di più cause [3].
Se non proprio tutti i morti registrati a causa di Covid-19 devono al virus la loro fine, occorre d’altra parte considerare le persone che, soprattutto all’inizio della pandemia, morivano a casa senza essere sottoposte a un test, e che quindi sfuggivano, e in piccola parte ancora oggi sfuggono, alla registrazione. Come quantificare questa componente? La sottostima si può valutare dal rapporto tra il tasso di mortalità in eccesso e la mortalità ufficialmente attribuita a Covid-19.
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